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Visita al quartiere Cartellone di Modica
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Terza tappa del viaggio nei quartieri dimenticati della città modicana
Siamo qui a percorrere il terzo viaggio nella Modica dimenticata insieme con Arianna, Antonino, Paolo, Giuliana, Giorgio, Salvo, Davide e Maria Paola. Ci troviamo nel quartiere Cartellone chiamato anche quartiere ebraico. Forte e di impatto un episodio, un terribile eccidio avvenuto il 15 Agosto del 1474: alcuni modicani partirono dalla piazza della chiesa di Santa Maria di Betlemme per avviarsi al Cartellone; lì si avventarono e si accanirono contro la comunità ebraica che viveva in quel quartiere, uccisero circa 360 ebrei e saccheggiarono la zona.

Tutta questa rabbia sfocerà poi nel 1492 con la cacciata degli ebrei dall’isola, ricordata come il massacro più terribile della storia degli ebrei di Sicilia. Difficile conoscere il perché del nome Cartellone, probabilmente per indicare una zona off limits per i cristiani, oltre la quale vi abitavano gli ebrei. Di quella efferata violenza non rimane traccia se non nella nostra immaginazione al racconto di Paolo. Si sente con tutti i nostri sensi invece, qui a Modica, in questo quartiere, la bellezza della cultura mediterranea.

Il Mediterraneo non è solo mare, anzi – come affermava Fernand Braudel, storico francese e grande studioso del Mediterraneo – la componente più vitale è quella collinare, dove si sentono i venti del mare e prende corpo la cultura mediterranea sia architettonicamente sia come stile di vita solare, ventoso e gioioso. Vedute meravigliose si susseguono dal quartiere Cartellone, giù nella parte del Corso e di fronte alla vista di Modica alta. Una visione tridimensionale, quasi, con un muretto antistante l’osservatore che si estende su una distesa di tetti siciliani, per poi emergere luminosa la parte barocca di Modica con le chiese di San Giorgio e di San Pietro.

La chiesa di San Pietro offre una teatralità impressionante, intessuta di “attori” in pietra raffiguranti i Santi. Figure sacre che si affacciano all’esterno come fanno le persone del Sud dal balcone, da una terrazza o dal semplice uscio di casa. È una pantomima – questa – di santi in pietra dove la torsione dei corpi, le pieghe dei mantelli fanno immaginare una danza oltre la forza di gravità che fa eco sia nella vita quotidiana – dove l’immaginazione e la teatralità superano il reale – sia nell’architettura barocca fatta di meraviglie ed illusioni.

Modica diventa, nel periodo bizantino e arabo, una città “trogloditica”, con lo sviluppo di quartieri rupestri fatti di abitazioni in grotta intorno alla cittadella posta sullo sperone del Castello. Anche il territorio risulta costellato di insediamenti rupestri, detti ‘ddieri, (dall’arabo al-diyar, traducibile in “le case”), scavati in una parete dirupa, con filari sovrapposti di grotte un tempo abitate regolarmente, oggi timidamente. Qui il tempo è fermo e coagulato negli oggetti, nei vasi di terracotta ad ornamento dell’uscio, in un albero di limone o di fico d’india.

Di contro a questa descrizione poetica è doveroso considerare lo stato insalubre, l’umidità, il freddo di queste grotte-casupole ed è facile immaginare gli stenti in cui vivevano fino alla prima metà del Novecento le persone, le famigliole e tutto quel sottoproletariato escluso da una vita dignitosa ed esposto a tutte le malattie. Sarà stata forse l’ultima insofferenza verso questa vita grama a far esplodere – proprio su queste rupi – palazzoni, appartamenti borghesi, mostri architettonici dal più salubre ambiente domestico ma dalla assente programmazione urbana di densità e distribuzione degli edifici.
Il quartiere Cartellone è fatto di dettagli minuti e di fughe verso spazi architettonici; di riccioli di ferro battuto che dialogano con ciuffi di gelsomino fiorito. Insieme con vedute di chiese, palazzi e viali gremiti di negozi dove il Cioccolato di Modica primeggia come attrattiva.


Salvatore Tolaro
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