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Visita al Castello dei Conti di Modica
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Quarta e ultima tappa del viaggio presso i quartieri dimenticati di Modica

Se c’è un luogo che mostri come Modica avesse un ruolo centrale nella Contea omonima, questo è il suo Castello. Il Castello dei Conti di Modica infatti fu per secoli il centro politico ed amministrativo della storica Contea di Modica. Esso è stato dimora di  leggendari personaggi della Sicilia. Due come esempi: il conte Matteo Chiaramonte che ospitò nel 1366 il re Federico IV d'Aragona; e il conte Bernardo Cabrera che nel 1401 vi accolse il re di Sicilia Martino I.

Dal punto di vista architettonico il Castello – nato come fortificazione rupestre – venne modificato in varie epoche tra l’VIII e il XIX secolo. Situato su un promontorio roccioso, era difficilmente attaccabile: due lati su tre sono costituiti da pareti a strapiombo. All'esterno rimane una torre poligonale del XIV sec. sormontata da un orologio d’epoca successiva visibile da tutta Modica. Il Castello è oggi un luogo identitario di Modica; la vista dei visitatori converge spesso lassù come un richiamo, come un ammonimento di una Modica-città-cardine della Contea.

La Contea di Modica ha una storia articolata che parte dai normanni e segue le vicende storiche degli Svevi, Angioini ed Aragonesi, per chiudersi con l’unità di Italia con il trasferimento dei luoghi amministrativi nei conventi e Monasteri dopo la cacciata degli ordini religiosi ad opera dei Piemontesi. La Contea di Modica ha avuto una autonomia giurisdizionale nettamente superiore alle altre città siciliane tale da essere definita regnum in regno.

Il Castello sorge su uno sperone calcareo con rupi bianche, solcate da una vegetazione lussureggiante spontanea tipica degli Iblei. Spesso le chiese barocche negli Iblei hanno come sfondo queste rocce calcaree; si stagliano su una scenografia o meglio “messa in scena” (come si usa dire in ambito teatrale), rappresentando il copione della metamorfosi della pietra amorfa in fede, in elevazione e dignità d’uomo.

Anche qui – come in altri quartieri di Modica insieme alla compagnia di Arianna, Antonino, Paolo, Giorgio e Giuliana – sono le stradine a condurci alla riscoperta quasi intima non più di grandi monumenti ma di case spesso abbandonate con i frequenti “Si Vende”, in cortiletti dove un albero di limone rappresenta una permanenza di vita dignitosa. Ma le meraviglie a Modica non mancano mai. È il caso della Chiesetta rupestre di Santa Venera. La chiave di lettura di queste nostre quattro passeggiate estemporanee per Modica si sintetizza in questa chiesetta: la bellezza e l’abbandono… fino al degrado.

Tra le chiese rupestri (delle quali la Chiesa di San Nicolò è la più nota), la Chiesa di Santa Venera – meno conosciuta – è un esempio di una architettura sacra medievale, diffusa negli Iblei. Nel testo di Placido Carrafa dal titolo “Motucae illustratae Descriptio seu Delineatio" (Panormi, 1653) si legge: «due tempietti divisi che si veneravano ai tempi del gentilesimo, uno a Vulcano, eretto sotto la pendente rupe in un antro, divenuto abitacolo della gente meschina e l’altro a Venere che poscia nel cristianesimo fu dedicato a Sant’Anna, e Santa Venera o Santa Veneranda». Assoluto è l’abbandono del luogo ed entrare nella chiesetta rupestre non è cosa priva di rischi.

Ciò a causa dell’assenza di una traccia calpestabile. Si entra in questi luoghi sacri ed il silenzio è spontaneo in ciascuno di noi, lo smarrimento diventa meraviglia nell’osservare quel che resta di un affresco in stile tardobizantino: un  pannello che reca una figura femminile gravemente danneggiata. Si intravvede la Santa, con l’aureola gialla, una tunica verde e un mantello di colore rosso cupo. Regge con la mano sinistra una grande palma. Fra le pieghe del mantello, in basso, si nota il volto proteso in alto della figurina di una devota.

In conclusione di questi quattro viaggi nei quartieri meno di tendenza di Modica, si può affermare – sintetizzando il concetto di Maurice Aymard nel libro “Il Mediterraneo” (Bompiani, 2017) – che l’uomo fatica a controllare uno spazio che gli sfugge, sul quale il suo dominio rimane ineguale. Tutto ciò come se ogni epoca gli imponesse di scegliere l’abbandono.


Salvatore Tolaro
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