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Dal degrado al recupero: l’Italia che combatte contro l’abbandono degli spazi urbani
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Sono migliaia gli spazi pubblici italiani accomunati da un’unica e triste condizione: quella dell’abbandono. Ex ospedali, capannoni, case cantoniere, fari. Ma anche grandi fabbriche e stazioni ferroviarie, interi stabili ed (ex) parchi ed aree verdi.  Una vastità senza fine di aree sottratte alle comunità e permeate dal degrado più puro. 

Ma sono tanti - per fortuna - gli interventi di riqualificazione e restituzione: c’è sempre la possibilità di una nuova vita per questi edifici e spazi. Già nel 2014 l’esecutivo guidato da Matteo Renzi provò a fare qualcosa. L’allora premier lanciò un appello ai sindaci: “Individuate una caserma bloccata, un immobile abbandonato, un cantiere fermo”. 

Non fu abbastanza: l’intervento pubblico è assai limitato rispetto all’entità del fenomeno, i bilanci dei singoli enti locali raramente permettono un recupero degno di tale termine. È a questo punto che entrano in campo cittadini ed associazioni con eccellenti pratiche di riconversione e valorizzazione di tutto ciò che è dismesso. 

Tanti i bandi e le iniziative che - in lungo e in largo per la penisola - hanno permesso di mutare radicalmente l’identità di ciò che risultava abbandonato: Percorso obliqui a Napoli,  Cascina Battivacco a Milano, Rizemulab a Reggio Calabria solo per citare alcuni esempi virtuosi.

La Sicilia - forse più di altre - è terra di abbandoni, ma dal cuore dell’isola è partita una delle tante iniziative di sano recupero: è il centro Zo di Catania.

Uno spazio che - nella sua prima vita - fu un’importante raffineria all’interno della quale veniva lavorato lo zolfo estratto nelle miniere siciliane. Poi la chiusura ed il degrado, ma anche il lungimirante intervento di un gruppo di operatori che - grazie anche ai contributi Invitalia - restaurò e ripristinò quei luoghi facendoli diventare sale polifunzionali per corsi e laboratori, caffetteria, internet point. 


Francesco Ragusa